Appaesati / S’attacher aux villages



« Appaesati », voilà un beau néologisme que signe ici l’ami philosophe Gianni Repetto qui poursuit son exploration du lien ontologique au village. Après son analyse du dépaysement comme destruction du lieu au lieu et comme exil intérieur, il s’intéresse aux façons de raviver cet attachement et de refaire communauté, bien au-delà des seuls enjeux de repeuplement territorial. Appaesarsi ? Impaesà si ? S’envillager ? "Essere appaesati" = S'attacher aux villages !



Philippe Antonetti, Bucugnà
Philippe Antonetti, Bucugnà
“I miei colleghi mi chiedono perché non cerco di andare via dall’ufficio postale di M. per fare una carriera migliore da un’altra parte e guadagnare di più. E io rispondo che sto bene qui dove sono, perché questo è il mio paese e mi piace aiutare gli anziani che magari hanno bisogno di me”.
Questa dichiarazione di G., giovane impiegato delle Poste Italiane in un paese del mio circondario, racchiude in sé l’antitesi più vera e concreta allo spaesamento. E lo fa su due piani: il primo riguarda la sua volontà di non lasciare il paese dove è nato e cresciuto, dove è saldamente  appaesato; il secondo esprime il suo piacere di restarvi per dei valori antichi, come aiutare gli anziani che conosce e che lo conoscono da quando era un bambino dimostrando, possiamo dirlo senza esagerazione, un sentimento genuino d’amore nei loro confronti. E in questo suo modo di essere e di fare sta, secondo noi, la vera sostanza del radicamento di un paesano sul territorio in cui è nato. Soltanto se si provano questi sentimenti si può scegliere di continuare a vivere nei territori marginali come il nostro. Altrimenti è inevitabile lo spaesamento.

Esso, infatti, inteso nella sua primitiva accezione di abbandono volontario o involontario del proprio paese, è il frutto di un disamoramento causato dalla necessità di sopravvivenza o dall’idea di trovare altrove qualcosa di meglio sotto l’aspetto economico ed esistenziale. La fine di un amore, dunque, e la ricerca di un altro, spesso rappresentato dalla città e dalla sua vita di consumo. “L’aria della città rende liberi” recitava un adagio medioevale, ma quella libertà riguardava la condizione servile del contadino dell’epoca, mentre oggi tale adagio potrebbe essere cambiato in “L’aria della città illude e rende consumatori”. Essa è, infatti, uno specchietto per le allodole irresistibile, anche se poi diventa, come fa sempre più frequentemente, matrigna e non garantisce più lavoro né dignitosa sopravvivenza.
Ma proviamo ad analizzare quali sono le categorie di persone che nel tempo si sono più frequentemente spaesate, magari ritrovandosi nuovamente spaesate anche nei luoghi della loro migrazione.

Qui est parti, qui est resté ?

Si è spaesato chi in paese non aveva un’attività propria, ma lavorava “sotto padrone” in qualità di bracciante o di mezzadro, spesso nemmeno proprietario di una casa o almeno di un alloggio dove stare. Costui, man mano che la civiltà rurale si stava esaurendo, non ha avuto scampo, tranne nei  casi, rari, in cui sia riuscito a diventare possidente. E l’ha fatto generalmente senza rimpianti, convinto che altrove la sua condizione umana potesse cambiare in meglio sia economicamente sia esistenzialmente.
Si è spaesato il piccolo possidente, il cui podere non era più in grado di assicurare a lui e alla sua famiglia un adeguato sostentamento. E spesso ha influito su questa scelta la volontà delle donne, sia mogli che madri, che hanno preteso di dare ai figli un futuro migliore rispetto a quello ormai ritenuto angusto della campagna. E quindi l’idea che potessero accedere più facilmente a studi superiori che avrebbero loro consentito di ottenere posti di lavoro più qualificati e remunerativi.
Si è spaesato anche chi, pur andando già in città ogni giorno per ragioni di lavoro, ha continuato a risiedere per un po’ di tempo in paese, ma a un certo punto non ha più retto il peso fisico e psicologico del viaggio quotidiano, spesso richiedente più ore per l’andata e il ritorno, che limitava fortemente anche la sua partecipazione alla vita paesana.

È rimasto, invece, chi non aveva possibilità di andarsene, per ragioni di età o di interesse aziendale, ma sempre più immerso in una situazione di disfacimento comunitario sia per numero che per assenza di condivisione. Il paese è diventato un luogo popolato soprattutto da anziani, spesso anche singoli, chiusi nel loro lento deperire esistenziale, interessati a campare finché madre natura lo consentisse, destinati a chiudersi sempre di più verso l’esterno e verso chi eventualmente venisse da fuori.

Ceux qui sont revenus

Ma contemporaneamente a questo fenomeno di spopolamento rurale dei luoghi marginali è iniziata la crisi della città, di quel modello dinamico e di promozione civile che era stata la città del boom industriale. Crisi che è sempre più peggiorata fino a trasformare molte città industriali in veri e propri inferni economici e sociali. E anche qui è cominciato lo spaesamento di buona parte dei loro abitanti: spaesati si sono sentiti gli operai, licenziati o in cassa integrazione, traditi da un modello di sviluppo che l’aveva resi protagonisti; e spaesati si sono sentiti anche quei borghesi illuminati che avevano fatto della questione operaia l’oggetto del loro impegno politico e sociale, che vedevano ora man mano dissolversi alla luce della crisi della fabbrica e della dispersione della forza lavoro. E sono stati proprio loro i primi ad andarsene dalla città alla ricerca di una rivincita politica ed esistenziale nelle campagne, basata su un’istanza bucolica radicale, biologica e naturista, e un’altra agitatrice sociale.
Ed è con questa presunzione pioneristica che si sono stabiliti nei territori marginali, spesso avendo a disposizione i capitali necessari per comprare cascine che magari i nativi avevano a lungo agognato senza poterlo fare. E dall’alto di questi baluardi sociali hanno spesso cominciato a dettare modelli di comportamento rurale ai pochi contadini nativi rimasti, frutto di elaborazioni teoriche prive di verifiche pratiche sul campo. Come se fossero mossi da un’istanza di salvazione che avrebbe svecchiato ed emancipato le campagne.
Come sono finiti? Pochi hanno resistito e concretizzato in qualche modo questa loro “andata alla terra”. La maggior parte si sono arresi, chiusi nei loro solipsismi, rancorosi nei confronti di quei nativi che non li hanno voluti ascoltare, convinti di aver offerto loro generosamente se stessi e di essere stati respinti.

C’è poi stata una seconda fase di appaesamento di cittadini nelle campagne, che ha coinciso con la delocalizzazione, a partire dalla fine degli anni ’80, di molte aziende industriali dal tessuto urbano alle periferie agricole sia per ragioni di costi sia di bonifica delle città, sempre più destinate a diventare musei inerti. Si è dunque trattato del flusso di un ceto operaio e popolare che le ha seguite e si è stabilito nei paesi di tradizione contadina stimolando un’edilizia di stampo cittadino (palazzi) che spesso ne ha stravolto, abbruttendolo, l’impianto abitativo.
Costoro hanno ripetuto in modo pedissequo l’insediamento che fecero molti dei loro genitori o essi stessi nelle città, ma, se in esse avevano allora maturato relazioni sociali e politiche di crescita culturale, nei nuovi insediamenti sono diventati solo dei residenti, ancorati a modi di fare e di percepire i territori come se fossero ancora cittadini, spesso senza nessuna ricaduta economica e sociale sulla comunità locale.

Repeuplement et individualisme

C’è stata infine una terza fase di appaesamento, a partire dal primo decennio di questo secolo, da parte di giovani cittadini di vari ceti sociali che, a differenza di quei giovani che negli anni ’70 del Novecento intraprendevano viaggi esotici nei santuari delle religioni e delle filosofie orientali, si sono trasferiti con intenti creativi nei luoghi rurali più marginali, ormai per lo più rinselvatichiti. E l’hanno fatto senza una conoscenza preventiva dei territori e della loro Storia economica e sociale, con finalità agricole e pastorali sostanzialmente velleitarie e improduttive e la pratica spesso di discipline esotiche di tradizione orientale.
Questa nuova migrazione ha dato origine a un popolamento puntiforme dei territori, che non ha determinato il ricostituirsi fisico di comunità locali, ma di pseudo comunità territoriali che condividono in alcune occasioni straordinarie una visione del mondo, ma non la concretizzano oggettivamente in nuclei sociali radicati in un territorio specifico. Ciò non contribuisce, ovviamente, a rigenerare un tessuto antropico con le caratteristiche paesane né a stimolare un approccio al territorio con l’antico spirito tribale, foriero di identità, ma genera soltanto un movimento in costante divenire caratterizzato dall’individualità del vissuto e dalla ritualità non ordinaria dell’incontro. Qualcosa come l’adesione simbolica a un movimento di protesta, senza tuttavia condividere concretamente sullo stesso territorio lavoro e insediamento.

Le fantasme de wilderness contre la communauté

Prevale in costoro l’idea della wilderness abitativa, dell’insediamento in case sparse nei luoghi più lontani possibile da altre presenze umane, recuperando vecchie cascine che già in epoche passate non avevano favorito la socializzazione dei loro conduttori, che erano rimasti per lo più ai margini della comunità locale. E questa volontà di isolarsi è, secondo noi, sintomatica di spaesamento, quello che vivevano un tempo anche i vecchi abitanti di quelle cascine, costretti in quei luoghi dai proprietari allocatori. Loro non cercavano l’isolamento, anelavano al borgo che era il luogo di scambio e di ritrovo, punto di riferimento irrinunciabile sia economico sia sociale. Lì si ragionava dei loro diritti e delle loro esigenze, lì si scambiavano opinioni e idee, lì si apprendeva l’innovazione agricola e pastorale. Lì s’imparava a condividere.
Perché ora come allora, senza condivisione e stretta comunanza d’intenti, le aree marginali rischiano di trasformarsi in luoghi di esperienze esistenziali fini a se stesse, che, una volta che hanno esaurito la loro carica euforica, si dissolvono lasciando il territorio ancora più degradato di prima. Occorre, dunque, che chi le intraprende si responsabilizzi in senso comunitario, sapendo che la sua esperienza non ha soltanto una valenza individuale, ma può decidere insieme a quella di altri la rinascita di una civiltà rurale che non è soltanto in crisi d’identità, ma rischia addirittura di estinguersi. Se questo non avverrà, assisteremo entro pochi anni alla pianificazione agricolo-industriale dei territori, percorsi notte e giorno dai mezzi meccanici dei conto terzisti che “accudiranno” colture decise dal mercato anno per anno. A quel punto le comunità, quelle che sopravvivranno, saranno soltanto residenziali, senza nessuna possibilità di decidere autonomamente il destino dei loro territori.    


 

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Cette peinture est signée Philippe Antonetti, elle orne le café central de Bocognanu
Lundi 29 Décembre 2025
Gianni Repetto