Une oeuvre d'Andy Goldsworthy, Terres noires
La civiltà e la società occidentali continuano ad essere dirette da cattivi maestri che ripetono incessantemente quello che è stato il leitmotiv della globalizzazione: lo sviluppo indefinito e permanente ovunque e in qualsiasi condizione. Dopo anni forsennati passati a consumare terra, acqua e aria costoro sbandierano ancora questa fatidica parola…
Cosa s’intende oggi per sviluppo nei paesi dell’Unione Europea e farlo in relazione al continuo peggioramento dello stato dell’ambiente che ci circonda. Che è un dato oggettivo, riscontrabile in maniera più o meno evidente in tutti gli Stati dell’Unione, e ha indotto il Parlamento europeo a varare una legge per il ripristino della Natura (Regolamento UE 2024/1991) mirata a salvaguardare e a ripristinare la biodiversità e la salute degli ecosistemi. E al proposito potremmo dire, rifacendoci alla saggezza popolare, che “si chiude la stalla quando i buoi sono scappati”. Perché obiettivamente abbiamo fatto di tutto per anni per distruggerla la natura, convinti che ci fosse consentito di fare il bello e il cattivo tempo nei suoi confronti, tanto poi lei ci avrebbe pensato da sola a medicare le sue ferite, finché abbiamo raggiunto sotto diversi aspetti la soglia di non ritorno.
Secondo questa Legge, ogni Stato membro dell’Unione dovrà predisporre un Piano Nazionale per il ripristino degli habitat terrestri, marini, urbani, forestali e agricoli che risultano in esso degradati e dovrà realizzarne gli obiettivi con delle precise scadenze: recuperare il 30% degli habitat entro il 2030, il 60% entro il 2040 e il 90% entro il 2050.
Siamo purtroppo convinti che l’azione si ridurrà alla produzione di documenti virtuosi da parte di specialisti, ma non avrà sul campo l’impatto necessario per determinare una reale controtendenza. Che può avvenire soltanto se l’idea di ripristino diventerà filosofia economica e non semplice panacea del nostro immaginario idealistico.
Cosa s’intende oggi per sviluppo nei paesi dell’Unione Europea e farlo in relazione al continuo peggioramento dello stato dell’ambiente che ci circonda. Che è un dato oggettivo, riscontrabile in maniera più o meno evidente in tutti gli Stati dell’Unione, e ha indotto il Parlamento europeo a varare una legge per il ripristino della Natura (Regolamento UE 2024/1991) mirata a salvaguardare e a ripristinare la biodiversità e la salute degli ecosistemi. E al proposito potremmo dire, rifacendoci alla saggezza popolare, che “si chiude la stalla quando i buoi sono scappati”. Perché obiettivamente abbiamo fatto di tutto per anni per distruggerla la natura, convinti che ci fosse consentito di fare il bello e il cattivo tempo nei suoi confronti, tanto poi lei ci avrebbe pensato da sola a medicare le sue ferite, finché abbiamo raggiunto sotto diversi aspetti la soglia di non ritorno.
Secondo questa Legge, ogni Stato membro dell’Unione dovrà predisporre un Piano Nazionale per il ripristino degli habitat terrestri, marini, urbani, forestali e agricoli che risultano in esso degradati e dovrà realizzarne gli obiettivi con delle precise scadenze: recuperare il 30% degli habitat entro il 2030, il 60% entro il 2040 e il 90% entro il 2050.
Siamo purtroppo convinti che l’azione si ridurrà alla produzione di documenti virtuosi da parte di specialisti, ma non avrà sul campo l’impatto necessario per determinare una reale controtendenza. Che può avvenire soltanto se l’idea di ripristino diventerà filosofia economica e non semplice panacea del nostro immaginario idealistico.
Environnement et économie
La nostra proposta di “sviluppo conservazionistico” vuole tenere insieme le ragioni dell’ambiente e quelle dell’economia, in quanto soltanto la loro miscela può consentire lavoro sicuro e benessere ambientale. Una soluzione che dovrebbe essere immediata e semplice per tutti in quanto non c’è territorio europeo o mondiale che non abbia queste potenzialità naturali. Che paradossalmente sono a portata di mano, non c’è nemmeno da ingegnarsi tanto per valorizzarle, basta assecondarle con quello spirito di sacralità e di rispetto che vigeva nei loro confronti prima dell’ideologia modernista del consumo.
Proviamo a vedere quale potrebbe essere l’impatto dello sviluppo conservazionistico.
Partiamo innanzitutto dalla terra intesa come suolo e vediamo come esso è stato “consumato” con lo sviluppo della contemporaneità. Secondo l’Ispra, “il concetto di consumo di suolo è definito come una variazione da una copertura non artificiale (suolo non consumato) a una copertura artificiale (suolo consumato)”. E secondo lo stesso Istituto il consumo di suolo in Italia viaggia al ritmo di 2 metri quadrati al secondo, circa 20 ettari al giorno.
Ma, oltre al suolo consumato, c’è anche quello degradato a causa di processi naturali, quelli, ad esempio, dovuti al cambiamento climatico, o artificiali come le pratiche agricole intensive, l’inquinamento e la deforestazione.
Com’è possibile ripartire con un’economia che trasformi questo disagio in una nuova dimensione del vivere umano? Occorrono scelte forti che devono far incontrare agricoltori e allevatori con gli ambientalisti, al di là di posizioni ideologiche rigide e divisive. Scelte che devono andare nella direzione di uno sviluppo rivolto alla conservazione del bene terra e all’incremento della sua fertilità e biodiversità.
E questo può solo avvenire se si torna indietro nei metodi di produzione, a quel biologico che non aveva bisogno di denominazioni perché era la pratica normale della quotidianità. Oltretutto oggi è possibile farlo con strumenti della tecnologia facilitatori del processo produttivo, che anzi garantiscono la genuinità del prodotto e la riduzione dell’impatto.
Proviamo a vedere quale potrebbe essere l’impatto dello sviluppo conservazionistico.
Partiamo innanzitutto dalla terra intesa come suolo e vediamo come esso è stato “consumato” con lo sviluppo della contemporaneità. Secondo l’Ispra, “il concetto di consumo di suolo è definito come una variazione da una copertura non artificiale (suolo non consumato) a una copertura artificiale (suolo consumato)”. E secondo lo stesso Istituto il consumo di suolo in Italia viaggia al ritmo di 2 metri quadrati al secondo, circa 20 ettari al giorno.
Ma, oltre al suolo consumato, c’è anche quello degradato a causa di processi naturali, quelli, ad esempio, dovuti al cambiamento climatico, o artificiali come le pratiche agricole intensive, l’inquinamento e la deforestazione.
Com’è possibile ripartire con un’economia che trasformi questo disagio in una nuova dimensione del vivere umano? Occorrono scelte forti che devono far incontrare agricoltori e allevatori con gli ambientalisti, al di là di posizioni ideologiche rigide e divisive. Scelte che devono andare nella direzione di uno sviluppo rivolto alla conservazione del bene terra e all’incremento della sua fertilità e biodiversità.
E questo può solo avvenire se si torna indietro nei metodi di produzione, a quel biologico che non aveva bisogno di denominazioni perché era la pratica normale della quotidianità. Oltretutto oggi è possibile farlo con strumenti della tecnologia facilitatori del processo produttivo, che anzi garantiscono la genuinità del prodotto e la riduzione dell’impatto.
Ruralité et agriculture
Ma chi può fare questo affinché si ricrei un tessuto umano rurale che governi in tutto e per tutto i territori? Non possono certamente essere i grandi cartelli alimentari che in questi anni hanno acquisito la maggior parte dei terreni agricoli disponibili (in Italia l’8% possiede il 63% dei terreni coltivabili), ma devono essere quelle piccole e medie aziende che l’industrializzazione dell’agricoltura ha spinto ai margini o addirittura espulso dalle campagne. Che per farlo devono dunque essere incentivate a poter resistere come aziende, in quanto presidio indispensabile per i territori e per la loro conservazione.
Innanzitutto occorre dire che non esiste, sul piano biologico, una differenza predeterminata tra agricoltura di piccola e grande scala: l’agricoltura è una sola, quella fatta secondo natura; chi produce badando solo alle rese produttive e abusa della chimica stravolgendo suoli e territori non fa agricoltura, ma contribuisce a degradare ulteriormente il pianeta che è già a un punto di non ritorno.
Fare agricoltura, infatti, non è sfruttare in modo accanito il suolo mutandone addirittura la composizione organica e neppure modificare la tradizione colturale di un territorio in base alle richieste mutevoli del mercato; ma è piuttosto conservare sapientemente la fertilità dei suoli e la morfologia colturale e paesaggistica tradizionale dei diversi territori.
Ma fare agricoltura è anche selezionare le sementi e gli animali che si adattano maggiormente, dal punto di vista qualitativo, a un determinato territorio: si è proceduto così nei secoli, facendo tesoro del patrimonio millenario di saperi che si era andato man mano consolidando; pensare, dunque, oggi di “forzare” colturalmente un territorio per meri fini produttivi di carattere quantitativo, peraltro dubbi, vuol dire negare la sua specificità storica.
L’agricoltura è inoltre, interazione secolare tra colture e allevamento e solo con la continuità di questo binomio si può produrre naturalmente. Ma deve essere chiaro che gli erbivori domestici hanno le stesse esigenze di quelli selvatici e non possono e non devono mutare le proprie peculiarità nutritive solo per l’interesse gestionale dei loro allevatori: se non vengono alimentati a erba, la carne di questi animali perde di qualità e produce sostanze che possono essere nocive per i consumatori.
Inoltre la specializzazione produttiva in allevamento rischia di generare mostri: a seconda del livello a cui si spinge, può stravolgere la qualità del prodotto ottenuto, sia latte che carne, e non giovare al benessere degli animali produttori.
Ma la specializzazione produttiva è stata deleteria anche in agricoltura, in quanto ha contribuito alla crisi del settore, generando aziende monoculturali che rischiano il tracollo ogniqualvolta il prodotto di specializzazione entra in crisi: l’integrazione produttiva dell’azienda tradizionale è sempre stata una garanzia di stabilità e di sopravvivenza in tutte le congiunture e questo è un modello a cui sarebbe opportuno ritornare.
Un’altra questione che si pone è quella se oggi sia preferibile operare in agricoltura con un’azienda individuale o tramite altre di natura associativa a diverso titolo. Secondo noi l’istinto di ogni contadino di formazione lo porta a desiderare un rapporto individuale con la terra, in quanto non solo egli la lavora, ma si sente parte sostanziale di essa, e lo fa affermando: “Sono nel mio”.
Ma ormai pochi hanno questa formazione e l’impresa individuale può risultare difficile sia per i costi della sua conduzione sia per la capacità di farla fruttare adeguatamente. E allora può diventare auspicabile e necessaria la cooperazione, quando si tratti però di forme di cooperazione ispirate e normate secondo lo spirito originario del movimento cooperativo.
Se cooperare vuol dire, invece, diventare pedine di una concentrazione produttiva di stampo latifondista, è semplicemente un passaggio graduale verso la dismissione dell’azienda in proprio. Esiste poi la forma dell’aiuto mutualistico, che non si basa su patti sanciti a livello documentale, ma su principi propri della tradizione contadina come la parola data e la solidarietà spontanea. Essa è possibile se nei territori vige una forte tradizione comunitaria che diventa garanzia di reciprocità dell’azione solidale.
Se coloro che governano i vari paesi dell’Unione vogliono veramente che sopravviva un tessuto rurale autentico nelle nostre campagne e che l’agricoltura e l’allevamento non diventino semplicemente la nuova frontiera dell’industrialismo, con tutte le conseguenze sociali, culturali e sanitarie che ogni pianificazione industriale porta con sé, bisogna che mettano in condizione i contadini di lavorare ancora con un margine di reddito sufficiente per loro e per le loro famiglie, senza l’incubo di nuovi balzelli e di ulteriori complicazioni burocratiche, in modo che possano ancora svolgere quel ruolo fondamentale di custodi della terra che esercitano da millenni e trasmettere alle nuove generazioni i saperi che servono per governarla.
Ma se una vecchia/nuova agricoltura consapevole è necessaria per difendere i suoli agricoli e in certi casi per rivitalizzarli, non è comprensibile, però, perché nell’ambito della cosiddetta “transizione ecologica” si consenta di “rubare” terreno fertile all’agricoltura per insediarvi campi di pannelli fotovoltaici.
Un altro fattore di consumo di suolo è quello delle urbanizzazioni diffuse e spesso selvagge. Negli ultimi trenta/quarant’anni si è consentito anche nei borghi di tradizione agricola di abbandonare l’impostazione urbanistica tradizionale di unitarietà del borgo e di poche cascine storiche sparse nella campagna circostante. Si sono fatti piani di lottizzazione al di fuori dei centri storici, svuotandoli di residenze e di vita vissuta, e si è favorito l’insediamento residenziale a villette per lo più unifamiliari, spesso a modello unico, ognuna con congrue pertinenze.
Contemporaneamente alcune aree sono state destinate a insediamenti produttivi, per lo più artigianali/commerciali, ma anche industriali, estromettendo dai centri storici tutte quelle attività che li caratterizzavano, dal fabbro al falegname, in quanto ormai ritenute incompatibili a livello sanitario con la residenzialità. Tutto questo ha comportato costi di impiantistica per la rete dei servizi spesso difficilmente sostenibili dai Comuni che, per rimediare a queste difficoltà economiche, hanno spesso favorito l’insediamento nelle aree artigianali/commerciali di supermercati di vario genere che con i loro oneri di urbanizzazione e le altre imposte a cui sono sottoposti hanno rimpinguato le casse comunali.
Ma i supermercati hanno di fatto distrutto il commercio storico all’interno dei borghi, desertificandoli sia a livello di servizi che di vita sociale. E ciò li ha resi spesso paesi fantasma, introducendo là dove c’era una comunità interattiva la solitudine paesana.
Innanzitutto occorre dire che non esiste, sul piano biologico, una differenza predeterminata tra agricoltura di piccola e grande scala: l’agricoltura è una sola, quella fatta secondo natura; chi produce badando solo alle rese produttive e abusa della chimica stravolgendo suoli e territori non fa agricoltura, ma contribuisce a degradare ulteriormente il pianeta che è già a un punto di non ritorno.
Fare agricoltura, infatti, non è sfruttare in modo accanito il suolo mutandone addirittura la composizione organica e neppure modificare la tradizione colturale di un territorio in base alle richieste mutevoli del mercato; ma è piuttosto conservare sapientemente la fertilità dei suoli e la morfologia colturale e paesaggistica tradizionale dei diversi territori.
Ma fare agricoltura è anche selezionare le sementi e gli animali che si adattano maggiormente, dal punto di vista qualitativo, a un determinato territorio: si è proceduto così nei secoli, facendo tesoro del patrimonio millenario di saperi che si era andato man mano consolidando; pensare, dunque, oggi di “forzare” colturalmente un territorio per meri fini produttivi di carattere quantitativo, peraltro dubbi, vuol dire negare la sua specificità storica.
L’agricoltura è inoltre, interazione secolare tra colture e allevamento e solo con la continuità di questo binomio si può produrre naturalmente. Ma deve essere chiaro che gli erbivori domestici hanno le stesse esigenze di quelli selvatici e non possono e non devono mutare le proprie peculiarità nutritive solo per l’interesse gestionale dei loro allevatori: se non vengono alimentati a erba, la carne di questi animali perde di qualità e produce sostanze che possono essere nocive per i consumatori.
Inoltre la specializzazione produttiva in allevamento rischia di generare mostri: a seconda del livello a cui si spinge, può stravolgere la qualità del prodotto ottenuto, sia latte che carne, e non giovare al benessere degli animali produttori.
Ma la specializzazione produttiva è stata deleteria anche in agricoltura, in quanto ha contribuito alla crisi del settore, generando aziende monoculturali che rischiano il tracollo ogniqualvolta il prodotto di specializzazione entra in crisi: l’integrazione produttiva dell’azienda tradizionale è sempre stata una garanzia di stabilità e di sopravvivenza in tutte le congiunture e questo è un modello a cui sarebbe opportuno ritornare.
Un’altra questione che si pone è quella se oggi sia preferibile operare in agricoltura con un’azienda individuale o tramite altre di natura associativa a diverso titolo. Secondo noi l’istinto di ogni contadino di formazione lo porta a desiderare un rapporto individuale con la terra, in quanto non solo egli la lavora, ma si sente parte sostanziale di essa, e lo fa affermando: “Sono nel mio”.
Ma ormai pochi hanno questa formazione e l’impresa individuale può risultare difficile sia per i costi della sua conduzione sia per la capacità di farla fruttare adeguatamente. E allora può diventare auspicabile e necessaria la cooperazione, quando si tratti però di forme di cooperazione ispirate e normate secondo lo spirito originario del movimento cooperativo.
Se cooperare vuol dire, invece, diventare pedine di una concentrazione produttiva di stampo latifondista, è semplicemente un passaggio graduale verso la dismissione dell’azienda in proprio. Esiste poi la forma dell’aiuto mutualistico, che non si basa su patti sanciti a livello documentale, ma su principi propri della tradizione contadina come la parola data e la solidarietà spontanea. Essa è possibile se nei territori vige una forte tradizione comunitaria che diventa garanzia di reciprocità dell’azione solidale.
Se coloro che governano i vari paesi dell’Unione vogliono veramente che sopravviva un tessuto rurale autentico nelle nostre campagne e che l’agricoltura e l’allevamento non diventino semplicemente la nuova frontiera dell’industrialismo, con tutte le conseguenze sociali, culturali e sanitarie che ogni pianificazione industriale porta con sé, bisogna che mettano in condizione i contadini di lavorare ancora con un margine di reddito sufficiente per loro e per le loro famiglie, senza l’incubo di nuovi balzelli e di ulteriori complicazioni burocratiche, in modo che possano ancora svolgere quel ruolo fondamentale di custodi della terra che esercitano da millenni e trasmettere alle nuove generazioni i saperi che servono per governarla.
Ma se una vecchia/nuova agricoltura consapevole è necessaria per difendere i suoli agricoli e in certi casi per rivitalizzarli, non è comprensibile, però, perché nell’ambito della cosiddetta “transizione ecologica” si consenta di “rubare” terreno fertile all’agricoltura per insediarvi campi di pannelli fotovoltaici.
Un altro fattore di consumo di suolo è quello delle urbanizzazioni diffuse e spesso selvagge. Negli ultimi trenta/quarant’anni si è consentito anche nei borghi di tradizione agricola di abbandonare l’impostazione urbanistica tradizionale di unitarietà del borgo e di poche cascine storiche sparse nella campagna circostante. Si sono fatti piani di lottizzazione al di fuori dei centri storici, svuotandoli di residenze e di vita vissuta, e si è favorito l’insediamento residenziale a villette per lo più unifamiliari, spesso a modello unico, ognuna con congrue pertinenze.
Contemporaneamente alcune aree sono state destinate a insediamenti produttivi, per lo più artigianali/commerciali, ma anche industriali, estromettendo dai centri storici tutte quelle attività che li caratterizzavano, dal fabbro al falegname, in quanto ormai ritenute incompatibili a livello sanitario con la residenzialità. Tutto questo ha comportato costi di impiantistica per la rete dei servizi spesso difficilmente sostenibili dai Comuni che, per rimediare a queste difficoltà economiche, hanno spesso favorito l’insediamento nelle aree artigianali/commerciali di supermercati di vario genere che con i loro oneri di urbanizzazione e le altre imposte a cui sono sottoposti hanno rimpinguato le casse comunali.
Ma i supermercati hanno di fatto distrutto il commercio storico all’interno dei borghi, desertificandoli sia a livello di servizi che di vita sociale. E ciò li ha resi spesso paesi fantasma, introducendo là dove c’era una comunità interattiva la solitudine paesana.
À propos des fleuves
Per quel che riguarda, invece, la tutela delle acque dolci la Legge per il ripristino della Natura prevede innanzitutto interventi di rinaturalizzazione dei fiumi, rimuovendo gli ostacoli artificiali (in particolare dighe e traverse desuete) che ne impediscono il libero deflusso e ripristinando le piane alluvionali. L’obiettivo è quello di recuperare ecologicamente 25.000 chilometri di corsi d’acqua entro il 2030, affinché vengano in essi garantita sia la biodiversità sia la ricarica delle falde acquifere. E, inoltre, la prevenzione delle alluvioni, che è possibile soltanto se si ripristina il corso naturale del fiume.
Quando si interviene su un fiume non si può infatti prendere in considerazione solo il suo aspetto idraulico, trattandolo come un canale e non come un ecosistema complesso. È magari affidarsi a qualche opera, diga o traversa, che, oltre a compromettere per sempre la naturalità del suo corso, non garantirà affatto la sicurezza di persone e cose del basso corso. Per mitigare le piene, anziché grandi opere ingegneristiche, è preferibile una gestione del fiume che ne assecondi i comportamenti naturali, consentendo un’espansione controllata delle acque nella piana esondabile e mantenendo allo stesso tempo la naturalità dell’ecosistema fluviale.
È il caso del Tagliamento, fiume italiano che nasce dalle Alpi, in provincia di Belluno, e dopo aver attraversato il Cadore e la Carnia va a sfociare nel Golfo di Venezia. Si tratta di uno dei fiumi più naturali d’Europa, oggetto di studi e di stage specifici da parte di molte università europee, un fiume che ha conservato nei secoli il suo corso originario e che ha goduto di attenzioni, potremmo dire sapientemente ecologiste, già all’epoca della Repubblica di Venezia nel lontano ’500 e poi nell’800 da parte dell’Impero. È in un caso e nell’altro la causa dei frequentissimi danni prodotti dalle acque non veniva imputata al fiume, ma all’insipienza degli uomini che distruggevano indiscriminatamente selve e boschi sui monti.
Da tempo le associazioni ambientaliste nazionali Legambiente e WWF e altre associazioni locali chiedono che il Tagliamento venga candidato a Riserva della Biosfera all’interno del programma MAB Unesco, ma la cosa più interessante nell’ottica dello “sviluppo conservazionistico” è la scelta che hanno fatto i Comuni della valle in merito ad alcuni interventi idraulici sull’asta del fiume proposti dall’Autorità di Bacino. Nel piano di gestione del rischio alluvioni da essa proposto erano previsti un ponte-traversa a Pinzano e una serie di casse di espansione nel medio corso del fiume.
Ebbene, i sindaci dei Comuni interessati hanno detto no sia alla traversa che alle casse di espansione e hanno richiesto soltanto interventi di rinaturalizzazione della golena e delle sponde e che vengano recuperate a valle le pianure esondabili dove storicamente durante le piene il fiume era sempre defluito. E hanno rifiutato le compensazioni che venivano loro proposte, consapevoli che l’unica economia sicura e sostenibile per la loro valle era il loro fiume incontaminato.
Quando si interviene su un fiume non si può infatti prendere in considerazione solo il suo aspetto idraulico, trattandolo come un canale e non come un ecosistema complesso. È magari affidarsi a qualche opera, diga o traversa, che, oltre a compromettere per sempre la naturalità del suo corso, non garantirà affatto la sicurezza di persone e cose del basso corso. Per mitigare le piene, anziché grandi opere ingegneristiche, è preferibile una gestione del fiume che ne assecondi i comportamenti naturali, consentendo un’espansione controllata delle acque nella piana esondabile e mantenendo allo stesso tempo la naturalità dell’ecosistema fluviale.
È il caso del Tagliamento, fiume italiano che nasce dalle Alpi, in provincia di Belluno, e dopo aver attraversato il Cadore e la Carnia va a sfociare nel Golfo di Venezia. Si tratta di uno dei fiumi più naturali d’Europa, oggetto di studi e di stage specifici da parte di molte università europee, un fiume che ha conservato nei secoli il suo corso originario e che ha goduto di attenzioni, potremmo dire sapientemente ecologiste, già all’epoca della Repubblica di Venezia nel lontano ’500 e poi nell’800 da parte dell’Impero. È in un caso e nell’altro la causa dei frequentissimi danni prodotti dalle acque non veniva imputata al fiume, ma all’insipienza degli uomini che distruggevano indiscriminatamente selve e boschi sui monti.
Da tempo le associazioni ambientaliste nazionali Legambiente e WWF e altre associazioni locali chiedono che il Tagliamento venga candidato a Riserva della Biosfera all’interno del programma MAB Unesco, ma la cosa più interessante nell’ottica dello “sviluppo conservazionistico” è la scelta che hanno fatto i Comuni della valle in merito ad alcuni interventi idraulici sull’asta del fiume proposti dall’Autorità di Bacino. Nel piano di gestione del rischio alluvioni da essa proposto erano previsti un ponte-traversa a Pinzano e una serie di casse di espansione nel medio corso del fiume.
Ebbene, i sindaci dei Comuni interessati hanno detto no sia alla traversa che alle casse di espansione e hanno richiesto soltanto interventi di rinaturalizzazione della golena e delle sponde e che vengano recuperate a valle le pianure esondabili dove storicamente durante le piene il fiume era sempre defluito. E hanno rifiutato le compensazioni che venivano loro proposte, consapevoli che l’unica economia sicura e sostenibile per la loro valle era il loro fiume incontaminato.
Et de l’eau potable
Ma acqua dolce vuol dire anche acqua potabile. In generale i paesi dell’UE non rientrano tra quelli che soffrono di mancanza d’acqua potabile, il problema riguarda soprattutto il Sud del mondo dove si calcola che circa 4,4 miliardi di persone non vi abbia accesso.
Da noi se mai i problemi sono quelli del possibile inquinamento o degli sprechi. Gran parte dell’acqua potabile, infatti, viene persa per le perdite nelle reti idriche (in Italia circa il 40% dell’acqua immessa), un’altra parte per presenza di inquinanti nelle precipitazioni o per scarichi industriali e agricoli che penetrano nelle falde freatiche.
Ma, soprattutto, l’acqua viene sprecata in agricoltura e nel ciclo industriale. E anche qui sarebbe possibile invertire la tendenza sempre con pratiche “conservazionistiche”.
In agricoltura, oltre a eliminare le perdite nelle tubature di approvvigionamento, sarebbe opportuno che tutti adottassero il sistema della microirrigazione a goccia e praticassero anche la pacciamatura, cioè la copertura del suolo con materiale organico per ridurre l’evaporazione. Inoltre, visto l’aumento delle temperature a causa del mutamento climatico, sarebbe bene indirizzarsi verso quelle colture che hanno bisogno di meno acqua o quelle che creano ombra e contribuiscono a raffreddare il terreno.
C’è poi il problema dell’acqua potabile utilizzata nei cicli industriali. Ci sono addirittura zone industriali che utilizzano l’acqua di sorgente degli acquedotti comunali per cui durante i periodi siccitosi, oltre a sprecare acqua “buona”, rendono più problematico l’approvvigionamento potabile dei cittadini. Anche qui dovrebbero essere introdotte pratiche di utilizzo in senso “conservazionistico” come quelle che indichiamo qui di seguito.
La prima, la più semplice e individuale, dovrebbe essere l’obbligo per ogni industria o officina di dotarsi all’atto dell’insediamento di cisterne per il recupero dell’acqua piovana da utilizzare nel ciclo industriale.
La seconda, più complessa, ma sistemica, dovrebbe prevedere una rete delle acque reflue che, partendo dai depuratori, rifornisca gli impianti industriali. Pratiche che sembrano utopie per il modo di fare egoistico dell’uomo contemporaneo che raramente pensa al domani, ma che diventeranno sempre più necessarie e improcrastinabili di fronte alla crisi idrica a cui stiamo andando incontro.
Da noi se mai i problemi sono quelli del possibile inquinamento o degli sprechi. Gran parte dell’acqua potabile, infatti, viene persa per le perdite nelle reti idriche (in Italia circa il 40% dell’acqua immessa), un’altra parte per presenza di inquinanti nelle precipitazioni o per scarichi industriali e agricoli che penetrano nelle falde freatiche.
Ma, soprattutto, l’acqua viene sprecata in agricoltura e nel ciclo industriale. E anche qui sarebbe possibile invertire la tendenza sempre con pratiche “conservazionistiche”.
In agricoltura, oltre a eliminare le perdite nelle tubature di approvvigionamento, sarebbe opportuno che tutti adottassero il sistema della microirrigazione a goccia e praticassero anche la pacciamatura, cioè la copertura del suolo con materiale organico per ridurre l’evaporazione. Inoltre, visto l’aumento delle temperature a causa del mutamento climatico, sarebbe bene indirizzarsi verso quelle colture che hanno bisogno di meno acqua o quelle che creano ombra e contribuiscono a raffreddare il terreno.
C’è poi il problema dell’acqua potabile utilizzata nei cicli industriali. Ci sono addirittura zone industriali che utilizzano l’acqua di sorgente degli acquedotti comunali per cui durante i periodi siccitosi, oltre a sprecare acqua “buona”, rendono più problematico l’approvvigionamento potabile dei cittadini. Anche qui dovrebbero essere introdotte pratiche di utilizzo in senso “conservazionistico” come quelle che indichiamo qui di seguito.
La prima, la più semplice e individuale, dovrebbe essere l’obbligo per ogni industria o officina di dotarsi all’atto dell’insediamento di cisterne per il recupero dell’acqua piovana da utilizzare nel ciclo industriale.
La seconda, più complessa, ma sistemica, dovrebbe prevedere una rete delle acque reflue che, partendo dai depuratori, rifornisca gli impianti industriali. Pratiche che sembrano utopie per il modo di fare egoistico dell’uomo contemporaneo che raramente pensa al domani, ma che diventeranno sempre più necessarie e improcrastinabili di fronte alla crisi idrica a cui stiamo andando incontro.
La qualité de l’air enfin
In genere, quando si parla di inquinamento dell’aria, si ritiene che abbia riguardato e riguardi tuttora soprattutto i centri urbani e le zone industriali, ma ci si dimentica che, da quando si è cominciato a usare la chimica in agricoltura, è diventato un problema serio anche nelle campagne. Oggi, infatti, la maggior parte dei borghi paesani, che è l’ambito di maggior interesse sociologico per me, subiscono due forme di inquinamento dell’aria, una di origine locale, sulla quale è possibile intervenire, e l’altra di derivazione esterna soprattutto urbana, che riguarda il modello di sviluppo e deve dunque essere risolta ad altri livelli.
Un primo tipo di inquinamento prodotto localmente e sul quale si può intervenire è quello relativo all’emissione di CO2 da fonti per il riscaldamento domestico e da traffico veicolare. Per ridurre le emissioni da riscaldamento domestico una soluzione possibile è quella del solare termico e fotovoltaico nelle dimensioni necessarie a garantire a tutti i cittadini l’energia e il calore indispensabili. E questo con soluzioni a tetto o con una zona specifica di produzione, circoscritta e dimensionata in funzione dello stretto fabbisogno, che può prevedere, come ho già sostenuto precedentemente, anche pale eoliche di piccole dimensioni.
Per l’inquinamento da traffico veicolare la sua riduzione spetta essenzialmente alle amministrazioni pubbliche locali. Esse devono investire sull’elettrificazione dei mezzi pubblici, con relativa loro promozione all’uso, e liberare i centri storici da qualsiasi forma di transito tranne le emergenze. E sostenere gli esercizi commerciali che ci sono con forme di defiscalizzazione che compensino il “disagio” della rinuncia al traffico veicolare.
C’è poi l’inquinamento dovuto ai prodotti chimici utilizzati in agricoltura che riguarda sia l’acqua che l’aria e che comprende una serie di prodotti fitosanitari che vanno dai fungicidi ai fitoregolatori. L’effetto della loro irrorazione aerea persiste nell’aria anche più giorni e costringe i residenti a seguire il consiglio sanitario delle ASL di tenere porte e finestre chiuse. Che è dovuto e oggettivo, ma che non è accettabile dal punto di vista della qualità della vita. Che fare dunque? La scelta più utile e realizzabile sarebbe la conversione generalizzata da parte delle aziende agricole territoriali alle diverse forme di coltura biologica, sostenuta da parte degli enti locali per quel che riguarda gli aspetti burocratici e gli eventuali indennizzi in caso di perdita di prodotto, che le renderebbe luogo privilegiato di attrazione salutista e di residenza agrituristica. In questo modo le aziende, pur con tutta la meccanizzazione necessaria, tornerebbero ad essere sinonimo di genuinità secondo lo spirito della tradizione locale.
Noi crediamo che questo processo di ritorno a un passato che può e deve essere anche un futuro sia l’unica possibilità di sviluppo sostenibile. “Io sono una forza del passato… più moderno di ogni moderno” diceva Pasolini.
Un primo tipo di inquinamento prodotto localmente e sul quale si può intervenire è quello relativo all’emissione di CO2 da fonti per il riscaldamento domestico e da traffico veicolare. Per ridurre le emissioni da riscaldamento domestico una soluzione possibile è quella del solare termico e fotovoltaico nelle dimensioni necessarie a garantire a tutti i cittadini l’energia e il calore indispensabili. E questo con soluzioni a tetto o con una zona specifica di produzione, circoscritta e dimensionata in funzione dello stretto fabbisogno, che può prevedere, come ho già sostenuto precedentemente, anche pale eoliche di piccole dimensioni.
Per l’inquinamento da traffico veicolare la sua riduzione spetta essenzialmente alle amministrazioni pubbliche locali. Esse devono investire sull’elettrificazione dei mezzi pubblici, con relativa loro promozione all’uso, e liberare i centri storici da qualsiasi forma di transito tranne le emergenze. E sostenere gli esercizi commerciali che ci sono con forme di defiscalizzazione che compensino il “disagio” della rinuncia al traffico veicolare.
C’è poi l’inquinamento dovuto ai prodotti chimici utilizzati in agricoltura che riguarda sia l’acqua che l’aria e che comprende una serie di prodotti fitosanitari che vanno dai fungicidi ai fitoregolatori. L’effetto della loro irrorazione aerea persiste nell’aria anche più giorni e costringe i residenti a seguire il consiglio sanitario delle ASL di tenere porte e finestre chiuse. Che è dovuto e oggettivo, ma che non è accettabile dal punto di vista della qualità della vita. Che fare dunque? La scelta più utile e realizzabile sarebbe la conversione generalizzata da parte delle aziende agricole territoriali alle diverse forme di coltura biologica, sostenuta da parte degli enti locali per quel che riguarda gli aspetti burocratici e gli eventuali indennizzi in caso di perdita di prodotto, che le renderebbe luogo privilegiato di attrazione salutista e di residenza agrituristica. In questo modo le aziende, pur con tutta la meccanizzazione necessaria, tornerebbero ad essere sinonimo di genuinità secondo lo spirito della tradizione locale.
Noi crediamo che questo processo di ritorno a un passato che può e deve essere anche un futuro sia l’unica possibilità di sviluppo sostenibile. “Io sono una forza del passato… più moderno di ogni moderno” diceva Pasolini.