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 <title>Robba</title>
 <subtitle><![CDATA[]]></subtitle>
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 <updated>2026-06-24T09:17:33+02:00</updated>
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   <title>La sinistra del futuro ?</title>
   <updated>2026-06-16T14:55:00+02:00</updated>
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   <category term="SÒ ELLI" />
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   <published>2026-05-30T11:08:00+02:00</published>
   <author><name>Achille Occhetto è Giuseppe Giliberti</name></author>
   <content type="html">
    <![CDATA[
À chì n'hè u dibattitu puliticu in Terra ferma ? Noi pensemu chì ùn basta micca à suvità l'attualità taliana solu attraversu i medià francesi. Ci cunvene à mantene una leia intellettuale più diretta incù i nostri vicini. Eccu perchè ch'ellu hè natu qualchì mese fà un picculu partenariatu incù a rivista taliana Lab Politiche e culture, diretta da l'universitariu Giuseppe Giliberti. Emu sceltu di ripubblicà in Robba un'intervista nant'à l'avvene di a manca in Auropa ch'ellu hà fattu incù Achille Occhetto, ch'hè statu l'ultimu segretariu di u PCI è u primu del PdS. Di sicura, l'emu lasciata in VO !     <div style="position:relative; text-align : center; padding-bottom: 1em;">
      <img src="https://www.rivistarobba.com/photo/art/default/96778004-67464219.jpg?v=1780135746" alt="La sinistra del futuro ?" title="La sinistra del futuro ?" />
     </div>
     <div>
      <div style="text-align: justify;"><strong>Giuseppe Giliberti</strong>&nbsp;<em>L'umanità sta vivendo un terribile salto nel buio: il crollo dell'ordine internazionale, il rischio della guerra nucleare e, sullo sfondo, la crisi climatica e l'avvento del capitalismo del controllo. Eppure tanti non colgono questo cambio di fase ed invitano a non drammatizzare, perché comun-que non c'è alternativa. Chi sono questi che tu chiami "filistei" o "scettici blu"?​</em> <br />   <br />  <strong>Achille Occhetto</strong> Sono coloro che di fronte alle novità nefaste introdotte da Trump si sono limitati a dire che anche prima c’era la prepotenza e il potere pervasivo delle grandi corporazioni e la violazione delle leggi internazionali. In modo filisteo si è cercato di nascondere che eravamo di fronte a un salto di qualità, a una frattura profonda con il passato della nostra esperienza democratica che richiedeva l’individuazione dei processi molecolari di indebolimento della efficacia della democrazia stessa che hanno lasciato un vuoto, riempito da una rivoluzione dall’alto che non si configura come una parentesi e che ci impone di ripensare la democrazia e la stessa idea di sinistra. <br />  Perché c’è un dato oggettivo imposto alla riflessione dalla nuova natura del dominio dei padroni del calcolo, degli algoritmi e dal manifestarsi di una inedita e pervasiva potenza tecno-finanziaria: la velocità dei processi, la loro natura sovranazionale e ultra-planetaria in contrasto con la loro stessa alleanza politica con i nazionalismi populisti utilizzati come grimaldelli, con l’unico fine di distruggere tutte le regole e tutti i controlli e in primo luogo quello scrigno delle libertà civili e dei diritti sociali che è l’Europa. <br />  &nbsp;</div>  
     </div>
     <br style="clear:both;"/>
     <div>
      <div style="text-align: justify;"><strong style="text-align: justify;">Giuseppe Giliberti&nbsp;</strong><em>Nel tuo libro "Oltre il baratro. Ripensare la sinistra e la democrazia" tu osservi: "Libertà ed eguaglianza sono state, nella tragedia del Novecento, colpevolmente disgiunte sia dalla destra che dalla sinistra". Perché una parte così vasta della sinistra era disponibile a rinviare la libertà a dopo la mitica estinzione dello Stato?</em> <br />   <br />  <strong style="text-align: justify;">Achille Occhetto</strong>&nbsp;Una parte rilevante della sinistra, nella giusta critica ai limiti della libertà formale, ha ritenuto che la libertà sostanziale, quella fondata sull’eguaglianza, potesse, almeno transitoriamente, affermarsi attraverso la limitazione delle libertà delle persone, attraverso una necessaria dittatura della maggioranza. Idea, in parte, comprensibile nella immediata fase rivoluzionaria, ma che successivamente si è cristallizzata, nel cosiddetto marxismo-leninismo-stalinismo, nella struttura permanente di uno Stato che, al di là della sua mitica estinzione, si è consolidato su basi decisamente illiberali. <br />  La luce ci viene da <a class="link" href="https://fr.wikipedia.org/wiki/Amartya_Sen">Amartya Sen</a>  là dove privilegia la capacità di fare quelle cose che si ritiene che abbiano un valore in rapporto «all’effettiva libertà della persona di fare o essere ciò che ritiene valga la pena fare o essere», cioè del «nostro essere liberi di stabilire cosa volere, cosa investire di valore e cosa decidere di scegliere». <br />   <br />  Quello che un tempo è stato chiamato “il regno della libertà” deve uscire dalle nebulosità utopiste del “sol dell’avvenire” per poggiare su solide basi strutturali in cui si fondono pensiero e azione attraverso la grande alleanza tra scienza e politica. <br />  In una visione sperimentale e processuale del cammino delle idee socialiste, il “regno della libertà” non si presenterebbe mai come una sorta di “paradiso laico” in cui si acquietano i contrasti e finisce la storia, ma si configura come un’<em>idea limite</em>, un continuo spostamento verso l’alto dell’asticella, dove la libertà farà sempre i conti con la “necessità”, con i “condizionamenti” che ne determinano il movimento e i suoi stessi limiti. <br />  Compito del nuovo secolo dovrebbe essere quello di leggere in modo sincronico le tre sacre parole scritte sulle bandiere della Rivoluzione francese, avendo a cuore la solidarietà e la cooperazione <em>versus</em> la competizione selvaggia. Tutto sta andando nella direzione opposta: oggi si presenta come sempre più problematico il tema della dittatura democratica, cioè di quella dittatura della maggioranza – idea nata a sinistra – che si può permettere di calpestare le libertà individuali e collettive, e che ha aperto la strada al populismo. Non possiamo tuttavia nasconderci che i germi della dittatura democratica sono stati coltivati in campo democratico e rivitalizzati dal <em>moderno</em> mondo dell’informazione con l’orgia leaderista. <br />  &nbsp;</div>  
     </div>
     <br style="clear:both;"/>
     <div>
      <div style="text-align: justify;"><strong style="text-align: justify;">Giuseppe Giliberti</strong>&nbsp;<em>Invochi "un'Europa ecumenica che non si limiti a rappresentare l'Occidente un rinnovato scontro di civiltà". Mi sembra che per te l'Europa sia ancora l'erede della tradizione illuminista, cioè del primato della conoscenza critica e della scienza.</em> <br />   <br />  <strong style="text-align: justify;">Achille Occhetto</strong>&nbsp;Certamente, ritengo che l’Europa sia potenzialmente l’erede della tradizione illuminista, non solo del primato della conoscenza critica e della scienza, ma anche delle regole e della legge. Tuttavia questa eredità deve essere onorata da una azione politica coerente con quei principi. Attitudine dalla quale siamo ancora lontani perché l’Europa stessa è minata dai nazionalismi e populismi interni. <br />  Per uscire dal baratro in cui stiamo precipitando la strada giusta da percorrere non è quella di vagheggiare un&nbsp; ritorno a un mondo antico che non esiste più, bensì quella di contrapporre al disordine fondato sui rapporti di forza tra le grandi potenze imperiali che, a tenaglia, da Est a Ovest, muovono contro l’Europa, una rinnovata idea di ordine internazionale. Questa dovrebbe essere la missione storica di un’Europa unita, per davvero dotata da una sua autonomia strategica, tra l’altro non contro gli Stati Uniti ma a sostegno di quell’altra America che si sta battendo contro la deriva autoritaria impostagli da Trump. <br />   <br />  Il momento per l’Europa è drammatico, direi esistenziale. Lo tsunami trumpiano l’ha scagliata in un mare tempestoso in cui non può limitarsi a galleggiare. Se non vuole annegare deve dotarsi, oltre a tutti gli altri temi sociali ed economici, di una propria politica estera e di un proprio esercito, facendosi la più convinta sostenitrice di una rinnovata <em>governance mondiale</em> in cui sia abolito il diritto di veto, riconsegnatele i poteri di intervento nelle crisi già previsti dalla Carta fondativa dell’Onu e mai implementati, per affidarle, come è avvenuto per lo Stato dentro i confini delle nazioni, il “monopolio della forza” per ciò che concerne il rispetto della legalità internazionale, sottraendo tale funzione alle “alleanze militari”, eliminando alle radici il ricatto atomico con la messa al bando di tutte le armi di distruzione di massa e muovendo verso il disarmo bilanciato. <br />  In sostanza invoco un’Europa ecumenica, che non si presenta come un nuovo impero tra gli imperi, ma che rafforza la sua potenza con un suo esercito, per usarla in favore di una visione, per l’appunto illuminista e pacifica, delle relazioni tra i popoli e gli Stati. Volta a contrapporre alla attuale logica di potenza il ripristino delle leggi e delle regole della convivenza internazionale. In sostanza, un’Europa che mette la sua forza non per concorrere alla criminale corsa al riarmo ma per battersi, come dicevo, per la riapertura del disarmo bilanciato e controllato e della messa al bando di tutte le armi di distruzione di massa <br />  Vasto programma, si dirà. Sì, ma solo l’utopia del possibile è il faro che indica la direzione e illumina i passi intermedi. <br />  &nbsp;</div>  
     </div>
     <br style="clear:both;"/>
     <div>
      <div style="text-align: justify;"><strong style="text-align: justify;">Giuseppe Giliberti</strong>&nbsp;<em>In questo libro e anche in altri precedenti, inviti a ridefinire la sinistra, aprendo un dibattito pubblico su una strategia politica che definisci "ecosocialista". Quali dovrebbero essere le forze sociali interessate a una trasformazione di questo genere?</em> <br />   <br />  <strong style="text-align: justify;">Achille Occhetto</strong>&nbsp;La ragione principale delle attuali difficoltà della transizione ecologica sta nel fatto che non si avvertono strategie politiche ed economiche che rendano visibile come una ecologia sociale, che io chiamo <em>ecosocialista</em>, possa operare verso una coalizione ampia di interessi all’interno di tutto il mondo del lavoro – i lavoratori e le imprese disposte a operare al di fuori del capitalismo predatorio – nella direzione di un nuovo modello di sviluppo. Per ecosocialismo, ma non mi impicco con le parole, intendo una sintesi alta tra questione sociale e questione ambientale al fine di difendere i lavoratori e i più deboli dagli inevitabili costi della transizione green, mettendo mano alle necessarie riconversioni, quelle produttive e quelle delle competenze. <br />  &nbsp;</div>  
     </div>
     <br style="clear:both;"/>
     <div>
      <div style="text-align: justify;"><strong style="text-align: justify;">Giuseppe Giliberti</strong>&nbsp;<em>Uno dei suggerimenti che dai alla sinistra del presente e del futuro è puntare sulla democrazia economica e la cogestione. Sono questi gli "elementi di socialismo" di cui parlava, ad esempio, Berlinguer?</em> <br />   <br />  <strong style="text-align: justify;">Achille Occhetto</strong><strong>&nbsp;</strong>Ho trattato questo tema nel mio precedente libro intitolato “<em>Perché non basta dirsi democratici</em>“. Non c’è dubbio che la democrazia economica e la partecipazione dei lavoratori alla gestione sia una componente fondamentale di quegli elementi di socialismo di cui parlava Berlinguer. D’altronde se invece di tentare di cambiare in modo sconsiderato la Costituzione si incominciasse ad attuarla, troveremmo in essa gli articoli, mai onorati, che muovono verso la realizzazione della pagina ancora intonsa della democrazia economica. <br />  &nbsp;</div>  
     </div>
     <br style="clear:both;"/>
     <div>
      <div style="text-align: justify;"><strong style="text-align: justify;">Giuseppe Giliberti</strong>&nbsp;<em>Nel tuo libro parli dell'uomo come "un pulviscolo dell'intelligenza universale". Detto da te, è un'osservazione particolarmente interessante. La fisica moderna ha preso le distanze dal materialismo ottocentesco. Anche tu sei arrivato a una conclusione analoga?</em> <br />   <br />  <strong style="text-align: justify;">Achille Occhetto</strong><strong>&nbsp;</strong>Sì, certamente. Il pensiero moderno a partire da Spinoza ha rotto con tutti i dualismi. Nel mio libro ho messo in evidenza che Spinoza, per primo, in una delle più illuminanti pagine di filosofia, ci ha detto che mente e corpo non sono due entità diverse, ma sono due modi diversi di concepire e descrivere la stessa sostanza ed entrambi sono guidati dalla necessità. Da dove viene l’illusione che le nostre scelte siano libere? Deriva dal fatto che ignoriamo le cause complesse che ci hanno portato alla scelta. <br />  È una strage concettuale: in un colpo solo Spinoza si libera del dualismo tra spirito e materia, tra anima e corpo, tra <em>res extensa e res cogitans</em>, tra libertà e necessità; infine tra materialismo e idealismo vecchia maniera. E lo fa quando la scienza, ai suoi primi passi, non gli fornisce il necessario apporto probatorio. Ora la scienza ci ha ampiamente fornito le necessarie prove sperimentali. <br />   <br />  Mi soffermo anche su una perla che si infila perfettamente lungo la collana dei miei pensieri che ho trovato nello <a class="link" href="https://fr.wikipedia.org/wiki/Zibaldone"><em>Zibaldone</em></a>, dove si legge che il puro e semplice caso entra nel sistema primordiale della natura, e che la sua area è molto più vasta di quanto si creda. È noto – dice il <a class="link" href="https://fr.wikipedia.org/wiki/Giacomo_Leopardi">Leopardi</a>  – quante siano le ricerche che l’uomo deve al puro e semplice caso, concludendo che se «il puro e semplice caso entrava nel sistema primordiale della natura», ciò voleva dire che «ella lo ha calcolato come mezzo necessario…». Pertanto è più facile pensare che noi siamo un piccolo pulviscolo dell’intelligenza, insieme caotica e ordinata, dell’energia universale piuttosto che credere che l’Universo sia sorto per farci fare una bella gita ai laghi in automobile. <br />  &nbsp;</div>  
     </div>
     <br style="clear:both;"/>
     <div><b>Per sapè ne di più</b></div>
     <div>
      L'articulu uriginale si leghje quì<a class="link" href="https://www.labpolitiche.it/la-sinistra-del-futuro-intervista-ad-achille-occhetto/">&nbsp;https://www.labpolitiche.it/la-sinistra-del-futuro-intervista-ad-achille-occhetto/</a>  <br />  U ritrattu d'illustrazione hè statu pigliatu in Orgosolo, in Sardegna. <br />   <br />  &nbsp;
     </div>
     <br style="clear:both;"/>
    ]]>
   </content>
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   <title>L’identité vue d’Italie</title>
   <updated>2024-02-05T09:18:00+01:00</updated>
   <id>https://www.rivistarobba.com/L-identite-vue-d-Italie_a339.html</id>
   <category term="CHJAVE" />
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   <published>2024-01-28T17:17:00+01:00</published>
   <author><name>Françoise Graziani</name></author>
   <content type="html">
    <![CDATA[
Parce nous regrettons que les échanges intellectuels avec l’Italie s’amenuisent, nous essayons de contribuer modestement à leur renouveau. Françoise Graziani, spécialiste de la circulation des idées et des formes à la Renaissance est correspondante de la nouvelle revue italienne en ligne “Lab Politiche e culture“. A la tête de cette aventure éditoriale, on trouve Giuseppe Giliberti qui a publié en 2020 "Il paese del sì. Note sull’identità culturale italiana". Pour retrouver la saveur des débats de Terra Ferma et adopter, au moins le temps d’un article une autre vision de l’identité, nous sommes heureux de partager l’analyse que Françoise Graziani livre de cet ouvrage.     <div style="position:relative; text-align : center; padding-bottom: 1em;">
      <img src="https://www.rivistarobba.com/photo/art/default/78052094-56681815.jpg?v=1706948953" alt="L’identité vue d’Italie" title="L’identité vue d’Italie" />
     </div>
     <div>
      <div style="text-align: justify;">Sous l’apparence discrète de notes de lecture, Giuseppe Giliberti nous offre une réflexion aussi profonde que subtile sur ce qui constitue la spécificité de l’identité culturelle italienne, confrontée à la diversité des identités plurielles qui ne cessent de circuler et communiquer à travers le monde – non seulement des identités radicalement autres mais aussi celles qui se combinent entre elles pour forger l’identité d’un pays. <br />  &nbsp;</div>  
     </div>
     <br style="clear:both;"/>
     <div><b>L’identité comme indice de relation </b></div>
     <div>
      <div style="text-align: justify;">Ce parcours éclectique à travers le temps et l’espace est rédigé sur un ton faussement léger, caractéristique de la <em>sprezzatura</em> dont l’auteur rappelle, comme en passant, qu’elle fait partie de l’héritage culturel des Italiens.&nbsp; L’air de rien, il s’agit donc ici d’articuler avec méthode et rigueur deux points de vue dont l’intrication est attestée par l’expérience, même si la raison ne peut l’expliquer : le sentiment subjectif d’appartenir à une communauté et la reconnaissance par autrui de cette appartenance. Pourquoi un individu se sent-il italien, ou allemand ou chinois&nbsp;? pourquoi ou comment est-il reconnu et identifié comme tel&nbsp;par d’autres&nbsp;? Par quel mystère un Italien qui se promène dans le Grand Bazar d’Istanbul se trouve-t-il immédiatement interpelé dans sa langue par les marchands&nbsp;? «&nbsp;<em>Une expression, un geste, une posture corporelle, un type de vêtement</em>&nbsp;», qu’est-ce donc qui suffit à différencier, avant même qu’il commence à parler, un Italien d’un Américain, d’un Français, ou même d’un Grec et d’un Espagnol&nbsp;? <br />  Il n’est pas facile de poser de telles questions aujourd’hui, dans un contexte géopolitique qui a rendu suspects les mots mêmes d’identité et de nation. Mais la légèreté presque caricaturale de cet <em>Italian style</em> permet à Giuseppe Giliberti de bousculer bien des idées reçues et de reconfigurer autrement les problèmes pour saisir la relativité des points de vue qui relient l’intérieur et l’extérieur, le proche et le lointain, les mots et les choses. Car c’est toujours dans un système de <em>relations</em> qu’on est reconnu ou qu’on se reconnaît soi-même semblable ou différent des autres. <br />  &nbsp;</div>  
     </div>
     <br style="clear:both;"/>
     <div><b>Quels critères pour définir la spécificité d’une identité collective ?</b></div>
     <div>
      <div style="text-align: justify;">Un bref prologue donne le ton en relatant les circonstances qui ont conduit l’auteur à s’interroger et à interroger ses étudiants sur les critères qui servent à définir la spécificité d’une identité collective&nbsp;: un paysage&nbsp;? un mode de vie&nbsp;? des habitudes alimentaires&nbsp;? ou plutôt une histoire, une religion, une culture, une langue communes&nbsp;? Mais l’enquête commence de manière détournée par une autre question&nbsp;: l’Italie est-elle vraiment une nation unifiée&nbsp;? <br />  En 2016, la presse italienne s’est émue du fait que les étudiants souhaitant s’inscrire dans certaines universités anglaises devaient préciser leur origine ethnique sur un formulaire qui classait les Italiens en trois catégories&nbsp;: Italien-Napolitain (ITAN), Italien-Sicilien (ITAS) et Tout Autre Italien (ITAA, <em>Italian Any Other</em>). Cette tripartition masque bien mal une division idéologique entre les pays du Nord et du Sud que l’historien des droits de l’homme qu’est Giuseppe Giliberti fait remonter à l’époque de l’émigration italienne vers les Amériques. Mais plutôt que de s’insurger contre une discrimination qui assimile tous les migrants venus du Sud de l’Europe à des <em>niggers</em> ou des <em>latinos</em>, il préfère méditer sur ce que révèle la persistance de tels stéréotypes&nbsp;: il peuvent aider à saisir la complexité des concepts d’unité et d’identité nationale, et à comprendre qu’ils n’enferment pas nécessairement les peuples ou les individus dans un déterminisme fatal mais peuvent, dans certaines situations, avoir la fonction libératrice d’une prise de conscience. <br />  &nbsp;</div>  
     </div>
     <br style="clear:both;"/>
     <div><b>L’identité comme expérience individuelle</b></div>
     <div>
      <div style="text-align: justify;">C’est pourquoi la question de l’identité n’est pas abordée ici comme un problème sociologique, mais comme une expérience individuelle. L’auteur s’interroge sur sa propre identité d’Italien-Napolitain avant de mener l’enquête dans plusieurs directions à la fois en creusant les relations entre les mots&nbsp;: <em>culture, identité, mémoire, histoire, nation, religion, langue, caractère</em>. <br />  Chacune des étapes de cette exploration du sens converge vers le constat&nbsp;que le même principe peut être source de division aussi bien que d’union. L’existence d’une identité culturelle n’exclut pas l’interculturalité, mais conduit au contraire à reconnaître la valeur d’un «&nbsp;droit culturel&nbsp;» (<em>jus culturae</em>) qui a la fonction d’un «&nbsp;instrument de cohésion&nbsp;» capable de «&nbsp;construire&nbsp;» un pays à partir d’une multitude de singularités et de particularismes hérités d’un passé commun. <br />   <br />  Ainsi se construit peu à peu une «&nbsp;unité plurielle&nbsp;» qui sera toujours menacée et toujours à reconstruire. Reconnaître la réalité d’une «&nbsp;italianité&nbsp;» ne revient donc pas à conformer tous les Italiens à un modèle unique, exclusif et constant, mais peut (et doit) servir au contraire à identifier des modes de communication spécifiques «&nbsp;caractérisés par leur capacité à faire dialoguer diverses identités locales&nbsp;». Telle est la conclusion qui, à l’occasion des commémorations de 2021, sept cents ans après la mort du poète,&nbsp;ramène&nbsp;Dante dans l’actualité et justifie un titre qui n’est pas seulement de circonstance&nbsp;: <br />  <em>Rimane attuale [la definizione di italianità] di Dante Alighieri&nbsp;: siamo ancora “le genti del bel paese dove il sì suona”.&nbsp;L’identità italiana è stata costruita a partire da un territorio e una lingua, proprio come Dante immaginava, ed è sempre rimasta plurale. Si potrebbe, anzi, dire che il vero “carattere” degli italiani consista nella capacità di dialogare tra diverse identità locali, utilizzando una lingua comune e un’ eredità culturale complessa come strumenti di coesione.</em> <br />  &nbsp;</div>  
     </div>
     <br style="clear:both;"/>
     <div><b>La question de la langue</b></div>
     <div>
      <div style="text-align: justify;">La question de l’unité de la langue se trouve donc placée au centre de ces cinq chapitres comme un point d’articulation entre tous les «&nbsp;instruments&nbsp;» qui servent à reconstruire ce que, en paraphrasant Dante, on pourrait appeler un <em>vulgaire illustre,</em> non plus pour désigner une langue mais pour redonner ses lettres de noblesse à cette communauté culturelle non uniformisante dans laquelle chacun consent librement à une union. Dans le chapitre <em>Lingua, dialetti</em> qui consigne ses notes de lecture sur le <em>De vulgari eloquentia</em>, Giuseppe Giliberti démontre que la «&nbsp;langue commune&nbsp;» imaginée par Dante pour fonder l’unité italienne n’avait pas pour fonction de se substituer aux nombreux dialectes qui continuent d’être parlés localement, mais de leur apporter une cohésion nouvelle. C’est ainsi qu’elle a servi à transmettre un patrimoine dont le «&nbsp;caractère national&nbsp;» n’est pas une propriété privée à protéger mais une culture commune à partager – non seulement entre soi mais avec d’autres. <br />  Dante fut un exilé politique, il a vécu, est mort et a écrit l’essentiel de son œuvre en exil, mais il s’est toujours revendiqué à la fois comme citoyen florentin et comme un homme libre «&nbsp;dont le monde est la patrie&nbsp;» (VE I, vi 3). Ce n’est pas parce que «&nbsp;le vulgaire illustre&nbsp;» qu’il parlait et écrivait est devenu la langue officielle de l’Italie qu’il est encore reconnu lui-même tout à la fois comme un Italien et comme un poète universel&nbsp;: ne serait-ce pas plutôt, suggère Giuseppe Giliberti, parce que cette langue «&nbsp;construite&nbsp;» par la poésie est devenue le symbole de ce qui maintient la diversité des identités locales, régionales et mondiales, en les «&nbsp;liant&nbsp;»&nbsp;? <br />  &nbsp;</div>  
     </div>
     <br style="clear:both;"/>
     <div><b>Se sentir italien</b></div>
     <div>
      <div style="text-align: justify;">Comme celui de Dante, ce voyage intérieur qui tient aussi de la satire sociale et de l’autodérision, est parti de l’engagement politique et moral de son auteur&nbsp;: si Giuseppe Giliberti «&nbsp;se sent italien&nbsp;», c’est en tant que citoyen du monde et historien des droits de l’homme. Paraphrasant la chanson satirique de Giorgio Gaber placée en exergue de son petit livre (<em>Io non mi sento italiano / ma per fortuna o purtroppo lo sono</em>), Giuseppe Giliberti déclare (à la troisième personne) que lui-même «&nbsp;se sent italien, et par chance ou malgré tout il l’est&nbsp;» (<em>si sente italiano, e per fortuna o purtroppo lo è</em>). <br />  Et si la langue commune des Italiens n’a jamais empêché un plurilinguisme qui ne menace en rien l’unité du pays mais le protège de l’uniformisation, ce phénomène culturel gagne à être mis en parallèle avec l’exceptionnelle biodiversité naturelle d’un pays qui est souvent identifié par ses traditions culinaires. Loin d’être complaisante, la complicité constante que l’auteur entretient avec le lecteur en évoquant des expériences communes l’invite à interroger les tensions et les paradoxes irréductibles qui rendent si complexe la question des identités humaines, et qui empêchent de les enfermer dans des définitions. <br />  &nbsp;</div>  
     </div>
     <br style="clear:both;"/>
     <div><b>Migrations et identités mêlées</b></div>
     <div>
      <div style="text-align: justify;">À l’arrière-plan de cette suite de notes si bien «&nbsp;liées&nbsp;» se trouve une des questions les plus graves et les plus actuelles auxquelles sont confrontées les sociétés modernes, celle des migrations et des identités mêlées que, <em>per fortuna o purtroppo,</em> elles produisent individuellement et collectivement. Le problème n’est abordé que sur le mode de la confidence, caractéristique de la micro-histoire qui fait désormais partie, comme Dante, de l’héritage culturel italien&nbsp;:&nbsp;Giuseppe Giliberti raconte que ses ancêtres napolitains, arrivés aux États-Unis en 1895 et enregistrés comme étant «&nbsp;de race italienne du Sud&nbsp;», y parlaient «&nbsp;un idiome commun italo-américain, un mélange d’anglais, de napolitain et de sicilien&nbsp;», mais qu’une fois revenus dans leur village, d’où ils n’ont plus bougé pendant deux générations et où ils ne parlaient plus que leur dialecte, on a continué à les appeler «&nbsp;les Américains&nbsp;». <br />  Contrairement aux apparences, la citation de Giorgio Gaber mise en exergue de ce petit livre n’est pas anecdotique&nbsp;: avec la force des chansons dantesques, elle rappelle discrètement que les identités et les altérités ne sont pas figées et que ceux dans lesquels tout un peuple se reconnaît parfois, comme Giorgio Gaber ou Dante, ont eu une histoire complexe et une «&nbsp;hérédité&nbsp;» qui ne les lient pas à une seule langue ou à un seul pays. <br />  &nbsp;</div>  
     </div>
     <br style="clear:both;"/>
     <div><b>Trouver les mots justes</b></div>
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      <div style="text-align: justify;">Contre ceux qui croient pouvoir éliminer les problèmes “identitaires” et “communautaristes” des sociétés modernes en condamnant à l’inactualité les mots gâtés par l’histoire, Giuseppe Giliberti préfère invoquer le <em>jus culturae</em> pour prendre la mesure des ambiguïtés qui les rendent toujours actuels. Le renversement de perspective qu’il opère ainsi est éclairant&nbsp;: il lui suffit de formuler autrement la raison du mépris dans lequel les pays dominants tiennent encore ces Italiens du Sud dont lui-même fait partie, en disant par métaphore qu’ils sont considérés comme «&nbsp;un&nbsp; anneau de conjonction entre africains et européens&nbsp;» (<em>un anello di congiunzione tra Africani e Europei</em>), pour leur donner le statut de «&nbsp;vulgaire illustre&nbsp;». Comme les mots, les stéréotypes culturels peuvent tromper car ils disent plusieurs choses en une, ils ne sont pas nuisibles en eux-mêmes mais seulement quand ils sont mal interprétés, et ils peuvent encore être utiles «&nbsp;comme instruments de cohésion&nbsp;». <br />  Déjà traduit en anglais, cet opuscule dont la portée théorique et pratique dépasse les frontières et les identités invite tout un chacun à retrouver le sens juste qui est sous les mots pour se garder des illusions et des injonctions&nbsp;: comme Dante guidé par Virgile, il rappelle «&nbsp;qu’on ne peut comprendre le présent en le séparant du passé&nbsp;» (p. 38) et qu’on progresse mieux quand on sait s’arrêter, regarder en arrière «&nbsp;vers les bas rivages&nbsp;» (<em>Purg</em>. XVII, 12) et prêter l’oreille aux échos de «&nbsp;la morte poésie&nbsp;» (<em>Purg</em>. I, 7).&nbsp;&nbsp; <br />  &nbsp; <br />   <br />  <strong>Pour aller plus loin</strong> <br />  <em>Il paese del sì. Note sull’identità culturale italiana</em>, Intra, Collana Saggiamente, 2020. <br />  Découvrir la revue <em>Lab Politiche e culture</em> https://www.labpolitiche.it/&nbsp;&nbsp;&nbsp; <br />   <br />   <br />  &nbsp;</div>  
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