
Che l’utopia sia stata fino ad oggi condannata dalla Storia è un dato di fatto ineluttabile, visto l’insuccesso che hanno avuto nelle varie epoche le numerose ipotesi utopiche prospettate a livello politico, filosofico, sociale ed economico.
Sous l’Antiquité déjà
Eppure, a partire dal mito di Atlantide, utilizzato da Platone nei dialoghi Timeo e Crizia per esporre le proprie idee politiche, il sogno di un luogo utopico ideale in cui l’uomo possa realizzare la sua felicità attraversa le idee di molti pensatori dall’antichità all’epoca contemporanea. Se si pensa all’epoca antica, tanto per fare alcuni esempi, tali furono Falea di Calcedonia, colui che sosteneva già nel IV secolo a.C. “che i possedimenti dei cittadini dovessero essere uguali”, e Ippodamo di Mileto, architetto ed urbanista, la cui idea di città rispecchiava nella sua struttura anche una concezione organizzata della società, entrambi citati da Aristotele nella sua Politica.
E poi Vitruvio romano, altro socio-architetto, considerato addirittura il più famoso teorico dell’architettura di tutti i tempi, e il filosofo Seneca, che nel De beneficiis (sviluppa il concetto di "beneficenza" come principio coesivo di una società fondata su una monarchia illuminata), nel De clementia (“Nello Stato in cui gli uomini vengono puniti raramente si instaura una sorta di cospirazione a favore della moralità”) e nelle Epistulae morales ad Lucilium (Le lettere, oltre ad essere lezioni teoriche su vari aspetti della vita umana, hanno anche un intento esortativo a fare il bene) si conferma un maestro morale critico della civiltà imperiale del suo tempo.
E anche il Cicerone del Somnium Scipionis, parte finale del VI e ultimo libro del suo De re publica, in cui Scipione Emiliano racconta che gli appaiono in sogno il nonno Scipione l’Africano e il padre Emilio Paolo e lo esortano ad agire in modo retto per il bene della res publica al fine di avere in dono una vita immortale dopo la morte.
À la Renaissance surtout
Sulla stessa linea d’onda si colloca Ludovico Agostini con il suo dialogo La repubblica immaginaria (siamo verso la fine degli anni Ottanta del Cinquecento), in cui egli propone, in forma meno aperta rispetto a Moro, uno Stato utopico che “attui con rigorosa coerenza le istanze etiche e sociali della Controriforma”.
Molto più complessa, invece, è l’opera filosofica La città del sole del frate domenicano Tommaso Campanella, redatta secondo lo stile dialogico platonico, pubblicata dapprima a Firenze in volgare fiorentino e poi tradotta in latino e pubblicata a Francoforte nel 1623 con il titolo Civitas Solis. Idea reipublicae philosophicae.
In essa, oltre ad indicare una forma originale di gestione del potere (Il potere spirituale e temporale è esercitato da un Principe Sacerdote. Egli è assistito da altri tre principi: Sin, cioè la sapienza che si occupa delle scienze, Pon che si occupa della pace e della guerra e infine Mor, ovvero Amore, che si prende cura della procreazione, dell'educazione degli abitanti e del lavoro). C’è un’anticipazione ultramoderna delle idee di liberazione dal lavoro (gli abitanti lavorano per sole quattro ore al giorno poiché sono in grado di lavorare sia in modo intellettuale che pratico per tutta la durata delle quattro ore) proprie della nostra stretta contemporaneità.
Au XVIIe siècle
Ed è proprio uno di questi naufraghi a raccontare la storia dei bensalemiti, gli abitanti originari dell’isola. Essi conoscono “molte cose delle nazioni del mondo, ma nessuno conosce loro”. E nella “Salomon’s House”, l’edificio più importante dell’isola, si dedicano ad esperimenti scientifici per controllare la natura e applicare le conoscenze acquisite per migliorare la società.
È sulla base di questi riferimenti culturali e, come sosteneva Franco Venturi nel suo Utopia e Riforma nell’Illuminismo, del recupero della tradizione repubblicana medioevale sopravvissuta ai margini dei grandi Stati assolutistici del Cinque e del Seicento che gli intellettuali del “secolo dei lumi” elaborano i loro progetti di Riforma e di Utopia e lo fanno con una critica puntuale alla realtà esistente a cui contrappongono la visione di un mondo migliore.
Le XVIIIe siècle et les Lumières
L’opera dell’abate di Saint-Pierre fu ripresa da Jean-Jacques Rousseau su incarico di Madame Dupin di cui era segretario a Parigi. La celebre salonnière parigina, autrice di diversi scritti di natura filosofica e storica, gli chiese di riordinare le carte dell’abate in suo possesso per prepararne una nuova edizione.
Rousseau lo fece e dall’opera di riorganizzazione di quegli appunti derivò una serie di saggi, denominati Ecrits sur l’abbé de Saint-Pierre, nei quali il filosofo ginevrino espresse la sua contrarietà nei confronti della guerra come la peggiore manifestazione del diritto del più forte, in quel caso il sovrano, che decide per i suoi sudditi che sono costretti a prendervi parte pur non conoscendone né comprendendone le ragioni.
Rousseau giudica pertanto positivamente la proposta dell’abate affermando “mai progetto più grande, più bello e più utile ha occupato lo spirito umano, di quello di una pace perpetua e universale fra tutti i popoli dell’Europa; e mai un autore ha più meritato l’attenzione del pubblico, di colui che propone un sistema per mettere in esecuzione tale progetto”.
Ma si rende perfettamente conto della difficoltà di attuarlo in quanto i sovrani non rinunceranno mai ad abdicare al più piccolo dei loro poteri. E pertanto aggiunge: “Per realizzarlo sarebbe infatti necessario che la somma degli interessi particolari non prevalesse sull’interesse generale, e che ciascuno potesse vedere nel bene di tutti il bene maggiore sperabile per sé stesso”.
Emmanuel Kant, il filosofo del criticismo, nel 1795 - anno in cui con la pace di Basilea ebbe termine il conflitto tra Francia, Prussia e Assia-Kassel, in base alla quale Guglielmo II di Prussia riconobbe lo Stato rivoluzionario francese – scrisse, adottando la formula del “progetto” già utilizzata dall’Abate di Saint-Pierre e da Rousseau, Per la pace perpetua , un’opera di carattere fortemente illuministico.
Egli, convinto che quella pace fosse piuttosto una tregua bilaterale tra Stati con regimi politici opposti, pensò che quel suo pamphlet avrebbe potuto contribuire a trasformarla in una pace vera e propria che potesse durare nel tempo.
Il suo approccio al tema differisce da quello dell’Abate e di Rousseau in quanto si basa sull’elaborazione di principi filosofici e giuridici per giustificarne l’esigenza, mentre l’Abate propone concretamente un piano dettagliato per una futura unione europea che possa bandire per sempre la guerra tra gli Stati del continente.
Inoltre l’Abate si rivolge essenzialmente ai sovrani e invece Kant, che si riconosce nei principi della Rivoluzione Americana e di quella Francese, si rivolge a un pubblico più ampio, gli uomini di cultura e tutti i cittadini. Entrambi sono comunque convinti che la guerra sia un male e che per evitarla debba instaurarsi una fattiva collaborazione tra gli Stati per trovare soluzioni eque che garantiscano la pace.
Da segnalare, nello scritto di Kant, per la loro stringente attualità tre degli articoli preliminari per la pace perpetua fra Stati: il III (Gli eserciti permanenti devono col tempo del tutto cessare), il IV (Non si devono fare debiti pubblici in relazione a conflitti esterni dello Stato) e il VI (Nessuno Stato in guerra con un altro deve permettersi ostilità tali da rendere impossibile la fiducia reciproca nella pace futura).
E così anche quello che viene indicato nel Secondo Supplemento come Articolo segreto per la pace perpetua: “Le massime dei filosofi circa le condizioni che rendono possibile la pace pubblica devono essere prese in considerazione dagli Stati armati per la guerra”. Si ascoltino dunque i filosofi, gli uomini di cultura, prima di prendere decisioni affrettate in base a ragioni ideologiche o mercantilistiche.
La profusion du XIXe siècle
E da questa interazione nascono due possibili modelli di progettazione: quello di un intervento rigeneratore delle realtà urbane esistenti oppure quello della loro progettazione ex novo, che Lewis Mumford definisce di “evasione”, come Saltaire in Inghilterra o il Familisterio di Guisa in Francia.
Per quel che riguarda le riforme sociali, nei primi anni del secolo svolgono un ruolo fondamentale i cosiddetti “socialisti utopisti”, in particolare Robert Owen, Claude-Henri de Saint-Simon e Charles Fourier.
Owen, dopo aver migliorato l’organizzazione sociale del lavoro e il benessere degli operai nelle sue filande di New Lanark, si fa promotore della realizzazione di piccole comunità di persone da realizzare nelle campagne inglesi in alternativa al caos delle città industriali. È sostanzialmente un imprenditore illuminato che dedica la sua vita al benessere di chi lavora per lui.
Il Saint-Simon è un convinto sostenitore della società industriale e un nemico giurato della società francese della Restaurazione. Egli contrappone la società dei produttori, borghesi, artigiani, operai e contadini a quella degli oziosi, cioè nobili, preti e militari, ed è convinto che solo la prima, se riesce a trovare un rapporto di cooperazione tra le sue diverse componenti, possa aprire un’epoca nuova per l’umanità. Ma, forse perché deluso da questa difficile collaborazione, negli ultimi anni della sua vita si convince che solo un “Nuovo Cristianesimo” possa realizzare il suo sogno di uguaglianza tra tutti gli uomini.
Charles Fourier ha un approccio più scientifico al problema della nuova società capitalista. Egli critica il suo liberismo economico - la competizione imperfetta e per lo più immorale degli interessi individuali che la costituiscono - che, anziché portare benessere, ha aumentato il divario tra i ricchi e i poveri portandolo a livelli che neanche le società schiavistiche avevano mai raggiunto.
E sottolinea, modernamente, come non sia più il lavoro a fare i prezzi, ma il mondo della finanza e che tutto questo sia favorito da chi sta al potere in quanto espressione di quello stesso mondo. Per reagire a questa disumanizzazione sociale egli propone la costituzione di “falansteri”, comunità di produzione in cui vivono 1800 persone, all’interno dei quali ognuno cambierà continuamente occupazione per evitare l’alienazione propria di un lavoro ripetitivo e sempre uguale.
Ma il socialismo utopistico non riesce a intaccare i cardini della rivoluzione borghese capitalista e le sue sono esperienze destinate a sparire con i loro promotori. Solo con l’avvento delle idee del cosiddetto “socialismo scientifico” inizia un’analisi critica dei meccanismi economici su cui si basava la società capitalista dell’epoca e si cerca di trovare le soluzioni rivoluzionarie per cambiarli a beneficio dei lavoratori, il cosiddetto proletariato.
I primi a porre il problema in questi termini sono Karl Marx e Friedrich Engels : essi propongono una lettura della Storia nei termini di quella che definiscono la “lotta di classe”, in quanto in tutte le epoche c’è sempre stato il contrasto tra un’élite dominante e il resto della popolazione, priva di diritti e ai limiti della sopravvivenza.
Nell’epoca contemporanea tale contrasto è rappresentato dalla borghesia capitalista da una parte, che detiene i mezzi di produzione scaturiti dalla Rivoluzione Industriale, e il proletariato, cioè tutti coloro che devono prestare il loro lavoro in cambio di un salario. Salario che rappresenta una parte minima del valore del loro lavoro giornaliero, in quanto la maggior parte di esso rimane all’impresario capitalista sotto forma di quello che viene definito “profitto”.
Secondo Marx ed Engels, se i lavoratori di tutto il mondo prendessero coscienza del loro diritto a godere legittimamente di una parte sostanziosa di quel profitto, si unirebbero per rovesciare il sistema capitalista e fondare una società ugualitaria senza più sfruttamento dell’uomo sull’uomo.
XXe siècle
Istinto del predatore, di quello che vuole tutto per sé e per ottenerlo è disponibile a vendersi e comunque a schiacciare l’Altro. Le buone azioni, al limite del sacrificio, appartengono a poche persone sulla faccia della terra e ciò che fanno per lo più non interessa a nessuno.
È quello che del resto sta succedendo oggi nel mondo in cui le utopie neppure vengono pensate, sono al di fuori del sentire comune, e i drammi epocali che stanno accadendo sono ridotti per la stragrande maggioranza di noi a immagini televisive o del web angoscianti, ma in fondo lontane. Immagini che dovrebbero suscitare quella parte idealmente utopica che c’è in ciascuno di noi e mettere in moto un movimento di opinione tale da condizionare l’inerzia dei governi per lo più reticenti e restii a schierarsi dalla parte del buon senso e della pietà. Quella vera, che non è commiserazione, ma è fatta di atti concreti per scongiurare il male di chiunque lo soffra.
Forse avremmo proprio bisogno di riscoprire le varie utopie della Storia, di prendere esempio da tutti coloro che o con il pensiero o con atti concreti hanno cercato di dare una soluzione al male di vivere dell’uomo, a quella perenne angoscia che lo attanaglia quando deve decidere del suo destino. Perché il destino non è affatto imperscrutabile, o se mai lo è per certi fatti concreti che possono accaderci, ma è una nostra scelta quando decidiamo tra il bene e il male, se vogliamo pensare soltanto a noi stessi o anche un po’ agli altri.
Perché “non c’è alcuna sensazione al mondo che possa riempire di gioia come un ideale. Uno può cercare di farsi tutte le ragioni private che vuole, ma alla fine, di fronte alla coscienza, rimane con un pugno di mosche in mano, ché nessun bene materiale goduto egoisticamente può dare davvero soddisfazione. Rispondere alla richiesta di un altro che ci chiede aiuto, accoglierlo tra le nostre braccia, è l’unico gesto che dà un senso alla vita di un uomo”.