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Sommes-nous obsolètes ?




Les récents progrès technologiques, particulièrement celui des intelligences artificielles, remettent en question les apprentissages le libre arbitre et le rôle de l'homme avec une brutalité probablement inédite. C'est de façon bien plus générale que Gianni Repetto nous rappelle que ces progrès sont généralement au service d'entreprises de domination, et que la capacité de résistance est l'une des plus grandes et belles choses de notre humanité, quitte à se faire traiter de réactionnaires.



Collage VBL
Collage VBL
Gli allarmi lanciati in questi giorni da alcuni ricercatori sul fatto che l’intelligenza artificiale possa ben presto ucciderci tutti ci riportano alla mente quel film profetico che è stato 2001 Odissea nello Spazio  di Stanley Kubrick, che già 60 anni fa poneva il problema del controllo delle macchine e della loro intelligenza. Questi ricercatori pensano addirittura che “possa ucciderci tutti entro la fine del decennio”, come a dire una minaccia blanda, da prendere “sottogamba”…
Al di là dell’ironia, forse inopportuna per un problema così serio, ciò che sta avvenendo ci rimanda indietro al pensiero di un filosofo tedesco scomodo e antiaccademico che di questo problema dell’egemonia della macchina se ne occupò per tutta la vita, una vita che attraversa per intero il Novecento: Gunther Anders. Egli espresse compiutamente il suo pensiero, per l’appunto la battaglia culturale contro l’egemonia della macchina come soggetto proprio, in un libro straordinario per l’analisi che fece del rapporto tra questa e l’uomo (lei messa per prima, perché ormai da tempo dominante) intitolato L’uomo è antiquato  che ritiene, anzi, riteneva già all’epoca della prima pubblicazione del libro (1956) che i sentimenti umani fossero inadeguati al continuo sviluppo delle macchine.
 

 

Des machines et des hommes

Ma per capire meglio che cosa intendeva Anders relativamente a questa “discrepanza” citiamo innanzitutto quella che è l’introduzione a questo suo libro. “… noi siamo liberi di decidere se preferiamo che il nostro oggi ci venga servito sotto forma di esplosione atomica o sotto forma  di gara di bobsligh (bob a due o a quattro). Perché della sorte di noi che facciamo questa libera scelta e anche della nostra libera scelta è già stato deciso.
Perché è già stato deciso che dobbiamo fare la scelta in qualità di consumatori di trasmissioni radiofoniche o televisive (oggi aggiungerebbe ovviamente il web): in qualità dunque di esseri che, invece di avere un’esperienza diretta del mondo, sono condannati a lasciarsi nutrire di fantasmi e che ormai non desiderano quasi più nient’altro, nemmeno altri generi di libertà di scelta e che forse non sono nemmeno in grado di immaginarsene degli altri”. Queste cose, scritte negli anni Cinquanta, sono già una bella botta alla presunta libertà individuale e collettiva degli esseri umani.
Parole che riecheggiano in quelle di un altro filosofo e scrittore scomodo di qualche anno più tardi, Guy Debord, che nel suo libro La società dello spettacolo (1967) dice: “L’alienazione dello spettatore a vantaggio dell’oggetto contemplato (che è il risultato della sua attività incosciente) si esprime così: più contempla, meno vive; più accetta di riconoscersi nelle immagini dominanti del bisogno, meno comprende la propria esistenza e il proprio desiderio. L’esteriorità dello spettacolo in rapporto all’uomo che agisce si manifesta nel fatto che i suoi propri gesti non sono più suoi, ma di un altro che egli rappresenta. E’ per questo che lo spettatore non si sente presso di sé da nessuna parte, poiché lo spettacolo è dappertutto”.
 
 

Au nom de la condition humaine

Ma, per capire quanto queste due visioni del reale/finto reale o fantasma concordino tra di loro, a quelle prime parole de “L’uomo antiquato” Anders ne fa seguire altre che ci danno compiutamente l’idea di che cosa lui pensava della condizione umana in quel secondo dopoguerra: “Ebbi occasione di enunciare queste idee a un convegno culturale e mi sentii obiettare che in fin dei conti si è liberi di chiudere il proprio apparecchio, anzi persino di non comperarne, e di rivolgersi al mondo reale e solo a quello. Cosa che io negai.
E precisamente perché è stato disposto di chi si astiene non meno che del consumatore: infatti, che noi si voglia partecipare o no, partecipiamo, perché siamo fatti partecipare. Qualsiasi cosa facciamo o rinunciamo a fare, il nostro sciopero privato non cambia nulla al fatto che ormai viviamo in un mondo per il quale non hanno valore il “mondo” e l’esperienza del mondo, ma il fantasma del mondo e il consumo di fantasmi…”. Parole che riecheggiano in queste altre di Debord: “Più egli contempla, meno vive; più accetta di riconoscersi nelle immagini dominanti del bisogno, meno comprende la sua propria esistenza e il suo proprio desiderio”.

Ma ciò che è veramente interessante, perché la Storia si ripete anche oggi, è quello che Anders dice a proposito di come venne etichettato per queste tesi sostenute in quel convegno (si racconta in terza persona): “Parlando di ciò che egli chiama “analfabetismo postletterario”, descriveva l’odierna inondazione globale di immagini: il fatto che si invita l’uomo d’oggi, dappertutto e con tutti i mezzi della tecnica riproduttiva – con giornali illustrati, film, trasmissioni televisive – a contemplare immagini di tutto il mondo, quindi, apparentemente, a essere partecipi del mondo intero (o di ciò che deve passare per “mondo intero”) e che lo si invita tanto più generosamente, quanto meno gli si permette di ficcare lo sguardo negli ingranaggi del mondo, quanto meno gli si concede di prendere parte alle decisioni capitali che riguardano il mondo, che gli “si imbottiscono gli occhi”, come è detto in una fiaba molussica, cioè gli si dà tanto più da vedere, quanto meno gli è consentito di mettere bocca…
Quando lo scrivente ebbe esposto questo ragionamento… un rappresentante del juste milieu lo definì un reazionario romantico. Questo appellativo lo lasciò perplesso per un momento… Spiegò infatti (il suo interlocutore): “Chi mette espressamente in luce tali fenomeni ed effetti, critica. Chi critica disturba tanto il corso evolutivo dell’industria, quanto lo smercio del prodotto, o perlomeno ha l’ingenua presunzione di tentare una tale azione di disturbo. Ma poiché il corso dell’industria e lo smercio devono progredire in ogni caso (non è forse così?), la critica è eo ipso sabotaggio del progetto e quindi appunto reazionaria”.

Rester critique, risquer le conservatisme

Ecco dove vuole arrivare chi governa a vari livelli il mainstream di ogni epoca e, soprattutto, della nostra: tacciare di reazionarismo chiunque metta in dubbio i criteri dello sviluppo economico, sociale e civile della contemporaneità. E lo fa nei confronti di chiunque, sia di chi fa una critica tout court, perché non gliene va mai bene una, sia chi lo fa analiticamente, affrontando il contradditorio con strumenti di indagine adeguati. Tutti accomunati alla stessa stregua di “criticoni”, di “rosiconi”, proprio per sfuggire le precise e argomentate contestazioni di chi facendo critica esercita uno dei pilastri del pensiero di tutti i tempi, dall’antichità greca (vedi Socrate) ai giorni nostri.
Diceva Pasolini : “… l’esempio ce lo dà la Storia. Il rifiuto è sempre stato un gesto essenziale. I santi, gli eremiti, ma anche gli intellettuali, i pochi che hanno fatto la Storia sono quelli che hanno detto di no, mica i cortigiani e gli assistenti dei cardinali. Il rifiuto per funzionare deve essere grande, non piccolo, totale, non su questo o quel punto, “assurdo”, non di buon senso” [1]. Anche lui venne tacciato come reazionario, quando criticò la televisione perché autoritaria e alienante,, quando contrappose allo sviluppo il progresso, quando accusò la borghesia di essere la responsabile della distruzione delle culture tradizionali, ma tutto poi da allora si è verificato così come lui aveva “criticamente” sostenuto.

Ecco allora l’importanza della critica, la sua centralità affinché quello a cui si va incontro sia davvero progresso e l’uomo non sia ormai antiquato come sosteneva Anders. Antiquato e oggetto, non soggetto che costruisce responsabilmente il suo destino. Che non può essere questo che stiamo vivendo, frutto di totalitarismo, di assenza di “critica” anche in quei paesi che sulla “critica” hanno costruito la loro modernità. Che si basa su quei principi sanciti a partire dalle grandi rivoluzioni di fine Settecento, quella americana e quella francese, che prevedevano un futuro di “felicità” individuale e collettiva, di promozione culturale umanistica e non macchinistica.
Ma qui entra in ballo la motivazione forte della macchina, i cui fautori  da sempre propagandano come strumento indispensabile di libertà. Di libertà dal lavoro, dalla fatica, dai disagi che la natura matrigna spesso ci somministra. La grande illusione idealista del progresso che doveva avvenire tramite lo sviluppo e invece è diventato ostaggio dello sviluppo stesso. Che è saldamente in mano alle oligarchie ristrette che governano il mondo e lo fanno a colpi di profitti illimitati sulle spalle dei  popoli a cui riservano ogni tipo di disagio, dalle guerre diffuse e permanenti alle speculazioni finanziarie e sulle risorse.
 

[1] Intervista di Furio Colombo a Pier Paolo Pasolini del 1° novembre 1975, poche ore prima della morte del poeta. L’intervista, uscita poi l’8 novembre 1975  su “La Stampa-Tuttolibri”, fu riproposta con una premessa di Furio Colombo su “l’Unità” del 9 maggio 2005. Il testo è leggibile anche nel volume Saggi sulla politica e sulla società, a cura di W.Siti e S. De Laude, “Meridiani” Mondadori, Milano 1999, pp. 1723-1730).
 

Choisir à nouveau l'humanisme

E allora noi diciamo: scuotiti uomo di qualunque luogo della terra tu sia, riprendi in mano il tuo destino come dicevano gli umanisti, esercita costruttivamente il tuo diritto di critica in ogni situazione, non sottrarti a questo compito dicendo che tanto è tutto inutile.
Se vogliamo che qualcosa cambi, dobbiamo dimostrare che non siamo antiquati, che siamo ancora in grado di decidere il nostro futuro e quello delle macchine che lor signori ci stanno scatenando contro. E di farlo con lo strumento della critica, andando “in direzione ostinata e contraria ”, per costruire ancora una volta un umanesimo su questa Terra.

 
 
Mardi 29 Septembre 2026
Gianni Repetto


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